Un momento di intensa emozione ha caratterizzato il recente incontro tra Karin Baak e Rob de Weerd, giunti a Cassano d’Adda per restituire alla famiglia di Abele Brambilla il suo passaporto. Questo documento, dopo oltre ottant’anni e un lungo viaggio attraverso l’Europa, è tornato nei luoghi in cui la sua storia ha avuto inizio. Un gesto semplice, carico di significato, che ha emozionato tanto la coppia olandese, impegnata a rintracciare i familiari, quanto i parenti di Abele, finalmente in possesso di un pezzo della sua vita.
La scoperta del passaporto
La vicenda ha avuto inizio a febbraio, quando la coppia, durante la pulizia di oggetti appartenenti a un parente scomparso nel 1999, ha trovato un documento della Seconda guerra mondiale: un “Vorläufiger Fremdenpass” del Terzo Reich intestato ad Abele Brambilla, nato a Cassano d’Adda il 9 marzo 1924. Incapaci di rintracciare i familiari ma convinti che il documento meritasse di essere restituito, hanno cercato aiuto. Una ricerca online li ha portati alla Gazzetta della Martesana, dove hanno riassunto la loro richiesta. Grazie all’impegno dei giornalisti, è iniziata una ricerca storica coinvolgendo anche il Comune di Cassano d’Adda. Attraverso i dati dell’Anagrafe, è stato possibile ricostruire parte della vita di Abele: originario di Groppello, si era sposato il 14 ottobre 1950 con una donna di Fara Gera d’Adda, trasferendosi poi nel paese bergamasco. Il lavoro è proseguito con il supporto del Comune di Fara Gera d’Adda e del Giornale di Treviglio, portando infine a rintracciare i familiari di Abele.

Un racconto di guerra e ritorno
Così, dopo decenni in cui la storia di Abele era rimasta custodita nei ricordi di chi lo conosceva e nei documenti di famiglia, il ritrovamento del passaporto ha riportato alla luce una vicenda personale legata a uno dei periodi più drammatici del Novecento. Abele era un Imi, un Internato militare italiano, catturato dai tedeschi pochi giorni dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, mentre si trovava a Pola, in Croazia, imbarcato nella Marina. A soli vent’anni, dopo la cattura, fu deportato in Germania e assegnato a un campo di lavoro nella città di Gera, in Turingia. Qui gli internati italiani venivano impiegati come manodopera per l’industria bellica, privati dello status di prigionieri di guerra e delle relative tutele.

Abele tornò in Italia nel 1945, segnato dalla prigionia e da una grave tubercolosi. Si sposò pochi anni dopo e continuò a lavorare come operaio, prima nell’edilizia e poi nel settore delle telecomunicazioni. Morì nel 1973, a soli 49 anni. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un uomo riservato, gentile e cambiato rispetto al giovane partito per la guerra. Oggi, a più di ottant’anni di distanza, il suo documento è tornato nelle mani della sua famiglia. Un piccolo oggetto che racconta una grande storia, restituito grazie alla sensibilità di una coppia olandese che ne ha compreso il valore, contribuendo così a mantenere viva la memoria di un cassanese e di un pezzo importante della storia del nostro Paese.